Buono, ma burlone - Capitan Kappa

Capitan Kappa
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Progetto: Emanuele Mazzocchetti
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Nel bene o nel male, il Capitano è sempre il Capitano.
Giovinezza
Buono, ma burlone.
Separatore
Giovinezza
Sul tetto, nonostante il caldo, si stava bene.
La famiglia era partita e lavoravo tranquillo. Avevo in testa quella ragazza con gli occhi dolcissimi, pensavo a come rimorchiarla, la concorrenza era spietata a Villagrande.
Ma io avevo un grande vantaggio. Aveva detto "Aspetto te. Non i tuoi amici". E decisi che l'avrei fatta aspettare, almeno un pochino. Essere buoni va bene, ma fino a un certo punto. Doveva capire che ero io il Maschio!!
Quella volta ragionavo così, meglio solo che con i piedi in testa da una ragazza. Che idiota! Lo capivo anche quella volta che ero idiota, ma non lo avrei mai ammesso con me stesso.
Il lavoro procedeva veloce e preciso. Quando arrivo Efrem avevo già fatto le calate ed i fori per entrare nelle prese. Mancava solo di allacciare i due televisori, regolare l'antenna e le frequenze e avrei finito..
Efrem mi vide solo e non ci penso neppure un attimo: "Ma già ti hanno mandato a fanculo?" e continuo: "Stai battendo ogni record di antifiga!". Cosa potevi fargli a un elemento del genere? Vuoi ammazzarlo? Salii sul furgone, lo guardai con lo sguardo schifato: "Ho quasi finito, oggi vengo giù con la moto, la borsa degli attrezzi la carico sul portapacchi, mi manca solo di collegare le prese e regolare l'antenna, mi bastano i cacciaviti, forbici, pinze e pressacavi per capicorda.  Io quando ho finito vado al laboratorio a cablare i cavi per la Putzmeister. La scala la puoi passare a prendere stasera, o quanto cazzo ti pare". Ma lui voleva sapere, lo stronzo. "No, voglio sapere come hai fatto a spaventarle, e con la moto non vieni nei cantieri. Il Capo sono io!". Gli spiegai che erano andate al mare, che doveva farsi i cazzi suoi, che si,purtroppo era il mio capo, ma che alle mie donne ci pensavo da solo. Lui rideva. Arrivati a casa mi disse che mi avrebbe accompagnato lui, che mi sarebbe venuto a prendere alle quattro e sottolineò che non era colpa sua se ero negato con la figa. Gli ripetei che l'Angela, sua moglie, una donna bellissima di Carpegna, aveva fatto come Sant'Antonio, poverina, e che si era innamorata del baghino (magliale). E quell'individuo, il mago assoluto degli impianti elettrici, continuava a ridere.

Comunque il pomeriggio mi porto giù alla villetta, io finii il lavoro verso le 15:30 lasciai la chiave nella serratura e mi misi ad aspettarlo sul dondolo. Il tempo non passava mai quando non facevo niente e pensai addirittura che Efrem,  per farmi il consueto dispetto, mi avrebbe lasciato li fino al ritorno della famiglia per darmi un'altra bruttura di fronte a Elena e la famiglia. Ed era capace di farlo pure rimettendoci dei soldi, era fatto così. Ma alle 16.00 arrivò e la giornata lavorativa fini alle 18.00 del pomeriggio nel suo laboratorio.

Alla sera non avevo idea di cosa fare. Avevo deciso che la ragazza avrebbe dovuto aspettare, ma c'erano i miei amici stronzetti e non potevo esagerare. Pensai di fare una girata del paese con la moto da cross, sarei passato davanti a Michelle in impennata, lei al momento era già sicuramente circondata dai miei amici Play boy. Ma mio Padre non avrebbe approvato, la moto non aveva la targa e non poteva girare in strada, inoltre se per caso ancora i genitori di Michelle erano ancora al bar avrei fatto la figura dell'incoscente. E lo sarei stato. E si sarebbero ricreduti sul mio essere "un bravo ragazzo". No, pensai a mio Padre, a mia Madre. Scartai l'idea immediatamente.
Ma quanto sei un genio del male il modo si trova sempre.
Giovinezza
Rimisi il giacchetto della Dainese, con tanto di protezioni, il casco e partii con la Cagiva SXT, la solita Rubacuori. Passai davanti alla Sala Giochi, rallentai, potevo fermarmi e aspettare un po li,ma i Play Boy non c'erano, e figurati, al bar di sotto c'era il paradiso terrestre. Continuai accelerando un po, in paese c'era il limite dei 50 orari, ma se non c'era gente in strada i 60 o i 65 orari per qualche centinaio di metri li potevo fare, Ero davvero bravo a pilotare quella belva. Arrivai davanti al bar di sotto, rallentai, controllai che l'Alfa Romeo del Signor Alain non ci fosse, non c'era,  misi la freccia. Erano tutti li, di fuori dal bar seduti alla meglio intorno alle ragazze, c'erano anche le mie amiche Villagrandesi. E mi venne l'ispirazione, si accese la lampadina nel cervello, tolsi la freccia e ripartii, ma stavolta in impennata. Lo facevo spesso, sapevo che era sbagliato, ma a quella età mi capitava. E comunque lo facevo solo dove potevo.
Appena la ruota anteriore ritoccò l'asfalto mi girai per un attimo, Michelle si era alzata, mi guardava infastidita. Era quello che volevo. Feci il giro della circonvallazione e mi fermai alla Sala Giochi. Entrai è ordinai un caffè a Claudio, il Mitico Barista. Era il Padre di Almiro, uno dei miei amici più cari che come me era sempre impegnato, a scuola d'inverno e d'estate al bar o al ristorante, quella sera era di sopra. Claudio mi voleva bene. Era un vero albergatore di Rimini, ma era venuto a Villagrande, aveva acquistato quell'hotel ed era un vero Barman, anche meglio di quelli di Rimini. Aveva capito il paese, con lui potevi parlare di tutto, ti potevi confessare. Al prete gli dicevi i peccati più piccoli, sempre gli stessi,  a lui gli potevi anche confessare di essere un Serial Killer, lui lo teneva per se, anche perché sapeva bene che non lo ero. Il tempo passava. Un'ora. Chiaccherai un ora con Claudio. Poi mi decisi, farla spettare andava bene, ma non troppo. Ripartii, ripassai davanti al bar di sotto, ma ancora una volta non mi fermai. Non impennai ma non mi fermai. Guardavo dietro, la bella era di nuovo in piedi, ma stavolta era incazzata. Aveva il braccio destro teso, come se volesse schiaffeggiarmi. Ma continuai. "Devi capire chi comanda", mi dicevo da solo.
Sempre più idiota, la realtà era quella, facevo l'idiota, non il duro.
Rifeci il giro della circonvallazione, pensai di fermarmi allo sci bar, ma scacciai l'idea dalla testa. Mio Padre Natalino era al bar di sopra, sito nella casa davanti alla mia, l'aveva costruita lui e io avevo abitato dietro al bar fino ai 4 anni di età, poi eravamo andati nella casa nuova e mio Padre aveva lasciato il Bar e la casa a mio Nonno Dorino (Teodoro).  Mi vedeva passare e sicuramente si chiedeva che cosa combinavo, ma stava tranquillo. Ripassai davanti alla Sala Giochi e finalmente arrivai di nuovo, per la terza volta al bar di sotto. Fermai la moto di fianco al gruppo di ragazzi e ragazze. Era l'unica moto vera del paese. Mi tolsi il casco, lo appoggiai sulla sella, tolsi la giacca della Dainese e la misi nel bauletto, avevo anche quello, della Givi, colore identico alla moto. Facevo il duro, avevo il viso di pietra, passai di fianco al gruppo di ragazzi, accennai un saluto ed entrai nel bar. Se volevo, sapevo essere maleducato, anche con un tocco di figa come Michelle. Con Sabrina no, non ci riuscivo proprio, ma Michelle mi aveva sfidato.

Dino, non capiva cosa stava succedendo, sicuramente aveva notato tutta l'impresa, i passaggi, l'impennata, tutto. Era un Barista anche lui, un po più montanaro di Claudio, ma sempre Barista.
Gli ordinai il Caffe. "Ma che cazzo stai combinando? Che cazzo giri stasera" disse. Lo guardai storto. Non risposi. Guardai fuori dalla finestra, Michelle era in piedi, era bellissima, imbronciata era anche più bella.
I ragazzi chiaccheravano del più e del meno, i maschietti erano allupati, le ragazze di Villagrande erano cortesi e quelle che studiavano si rivolgevano alle nuove amiche in francese, chi invece lavorava stava a sentire e cercava di capire. Era Villagrande, i giovani stringevano amicizia anche se avevano culture diverse, turisti cittadini e paesani montanari diventavano uguali, si scambiavano idee ed esperienze. Noi eravamo affascinati dal loro essere di città, e loro erano affascinati dal nostro essere paesani montanari. Le amicizie diventavano legami forti in pochi giorni. Erano altri tempi. Almeno a Villagrande.

Ma per me arrivavano i guai, senza che me ne resi conto, Michelle era dietro di me. Dagli occhi di Dino capivo che mi guardava male. Mi girai, sempre impassibile. Disse: "Mia Mamma dice che sei un gran bravo ragazzo, a me sembri uno stronzo!!". Io riuscivo appena a guardarla negli occhi, il cuore mi pompava come il Biturbo di una Maserati. Rischiavo un infarto a sedici anni. Rimandai giù il solito bolo di saliva di un chilo, mi resi conto di quanto ero stato stupido. Ricominciai a cambiare i colori del viso, ma riuscii a dirle sorridendo: "Che succede Michelle? L'antenna non funziona? Non si vedono i canali? Non puoi guardare le Telenovelas?"
Esistevano anche allora, per le ragazze, ma specialmente per le Mamme erano il pane quotidiano, a me facevano lo stesso preciso effetto delle purghe che mia Madre mi faceva ingurgitare quando avevo problemi intestinali, e purtroppo un po' stitico ero e lo sono sempre stato. Il dottore diceva che per me era normale, ero magro e non era un problema perché mangiavo poco, giusto il necessario. Il Dottore aveva ragione, ma dopo quattro o cinque giorni era un po fastidioso.

Pensavo che Michelle si incazzasse anche di più, invece si calmo un pochino, accenno un sorriso che riusci a calmare anche me e rispose. "Perché fai così? Ti sono davvero così antipatica? Che stupida che sono, io pensavo di esserti simpatica." lo disse in un modo talmente dolce misto triste in quel francese e quella R moscia che mi sciolsi come un gelato nel forno della pizza.
Fortunatamente Dino non aveva capito un cazzo, la presi delicatamente in un braccio e la allontanai all'intero del bar. Mi sedetti a un tavolino e le dissi: "Michelle, per favore siediti un attimo." Si sedette immediatamente di fronte a me. Non gli fregava niente ne di Dino ne di nessuno dei ragazzi e delle ragazze fuori del bar.

Presi,fiato, mi concentrai, cercai di essere dolce, lo ero anche senza volerlo. Mi aveva messo Knock Out lei adesso e avrei voluto poter esprimermi in italiano, per non sembrare frocetto, ma a me la R moscia non mi veniva e frocetto non sembravo, continuai: "Scusami, ti prego, non volevo offenderti, calmati, mi sono comportato male, lo so. Ma presto ti spiegherò e capirai che l'ho fatto per te. Non posso dirti adesso perché, non ci riesco, ma lo capirai presto, almeno lo spero. Ma adesso sono qui, sono qui per te, solo per te".
lo dissi tutto in un fiato e sperai che avesse capito. Aveva capito, perché sul viso le comparve un sorriso che alle 22:30 della sera era buio fuori, ma Villagrande si illuminò come Manatthan a New York, ma era una luce bellissima, non quella delle luci volgari della Metropoli Americana. Era una luce calda, come quella del paradiso, non lo so. Era bellissima come l'alba sulla Roccaccia. Forse era tutto nella mia giovane testa,ma ancora oggi vedo quella luce ogni tanto nei sogni.
Mi disse dolcemente: "Va bene Lele, forse so già perché ti sei comportato così, ma voglio sentirlo da te e aspetterò,  pero non farlo più. Non serve, anche io sono qui per te. E sono qui da tanto".
Era bella, da morire, e se fossi morto in quel momento sarei morto felice. Le chiesi se avesse già preso il gelato, la sera prima ero stato simpatico sull'argomento. Mi disse che no, non lo aveva ancora preso, lo avevano preso tutti gli altri fuori, ma lei voleva vedere da me come si gusta il gelato nel cono e aveva aspettato. Scoppiammo a ridere entrambi. Adesso lo sapevamo bene, senza incertezze, eravamo già innamorati.
Le chiesi che gusti volesse, mi disse che voleva il gelato come il mio. Chiamai rudemente Dino, gli dissi che invece di ficcanasare di continuo ci preparasse due coni, i più grandi, con stracciatella, pistacchio e vaniglia, e che volevo la ciliegina succulenta in cima al gelato. Dino non aveva capito una parola di quello che ci eravamo detti prima, ma aveva intuito tutto. E gli intimai comunque di farsi i cazzi suoi.
Fuori del locale c'era un po' di subbuglio, Ne i ragazzi ne le ragazze Villagrandesi capivano bene perché Michelle si era precipitata da me con lo sguardo arrabbiato, la sorella Ingrid si. Facevano finta di niente, ma i Play Boy mi invidiavano, eravamo molto amici di solito, ma quella sera mi avrebbero linciato se avessero potuto. Arrivarono i gelati, feci cenno a Dino di sparire, lui rideva, che cazzo aveva da ridere lo sapeva solo lui, anzi lo sapevo anche io, ma avrei voluto che non lo sapesse. Torno dietro il bancone.

Mentre spiegavo a Michelle che il gelato era più buono per via delle papille gustative sulla lingua, le presi la mano e le dissi: "Michelle, forse è meglio che andiamo fuori insieme agli altri, i miei amici in questo momento mi odiano, le mie amiche credo di no, ma per educazione nei confronti di loro e specialmente di Ingrid sarebbe corretto stare un po con loro". credo che a Michelle non importasse niente di quello che succedeva fuori, ma cominciava a capire il paese, ci alzammo e ci avviammo all'esterno.
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